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La cultura del design a Napoli
9
Mag

Un po’ di storia: quando il design bagnava Napoli

Design: (ri)nascita di una regione.

Erano gli anni della ricostruzione post-bellica, gli anni precedenti al miracolo: un momento cruciale per il mondo del design nel Mezzogiorno, dove andava finalmente a formarsi una cultura propositiva, capace di superare i limiti dati dall’emergenza del momento, dalle negligenze e dalle incapacità della classe dirigente.

Una realtà difficile, impegnata in una vera e propria corsa a ostacoli per affrancarsi dal contesto nazionale, tornare a respirare, sprigionare il proprio potenziale creativo peculiare e renderlo competitivo rispetto agli scenari fuori dai confini: la cosiddetta ‘arte dell’arrangiarsi’ al suo massimo storico, ispirata dalla necessità a perseguire la virtù. A resistere.

Così cominciavano ad affacciarsi nuovi progettisti decisi a costruire vie autonome, a recuperare e restituire valore alle manualità tradizionali, ai materiali “poveri” e comuni, per riportare in vita un settore parzialmente adagiato sulla riflessione storiografica e critica, ormai a “rischio chiusura”.

La cultura del design a Napoli - Paolo Soleri

Erano gli anni Cinquanta e Sessanta, quelli del “poco ma buono”, durante i quali la ricostruzione veniva affidata a una manciata di aziende, generalmente terziste (Sautto & Liberale, Wiener), connesse alle attività del mare o a produzioni artigianali caratteristiche di alto livello, in grado di attrarre e coinvolgere personalità del calibro – ad esempio – di Paolo Soleri per la realizzazione della fabbrica Solimene a Vietri sul Mare, tutt’oggi centro di eccellenza della costiera amalfitana e non solo.

Era anche il tempo precedente alla costruzione delle “Vele” di Scampia, in cui Luigi Cosenza concentrava il suo impegno sui grandi contenuti della crescita sociale (la fabbrica Olivetti di Pozzuoli e la Facoltà di Ingegneria di Napoli); Luca Luigi Castellano, Achille Bonito Oliva e Pasquale Prunas si ponevano a capo di un movimento intellettuale rivoluzionario totalizzante (fondando periodici quali Sud, Linea Sud e Documento Sud, rivista ufficiale del cosiddetto Gruppo ‘58); i centri culturali dell’Accademia di Belle Arti e della Facoltà di Architettura napoletane richiamavano e amplificavano il fermento culturale del periodo, fatto di ricerca di modernità e di impegno civile.

E poi c’erano le mostre: quella itinerante del ‘60 esposta alla Facoltà di Architettura, con nomi del livello di General Electric e Levi Strass, accanto a designer come Ray e Charles Eames; l’iniziativa del ‘66 “Che cos’è il design”, che riprese l’allestimento “What is Modern Design?” del MoMa trasferendolo nella cornice del teatro Mediterraneo, con la supervisione di ADI, Vittorio Gregotti, Enzo Mari e Roberto Mango (su cui torneremo); la prima uscita dell’Arte Povera, nel ‘68, organizzata da Marcello e Lia Rumma presso gli spazi dell’Arsenale di Amalfi, con la partecipazione di Alberto Burri, Jannis Kounellis, Paolo Calzolari, Barry Flanagan e tantissimi altri.

La cultura del design a Napoli - Luigi Cosenza

Facoltà di Ingegneria di Napoli – disegno tratto da www.luigicosenza.it

Questi i confini che includono qualunque riflessione sull’insediarsi in concreto della cultura industriale in Campania e a Napoli, verificatosi a partire dall’affermazione di una cultura del progetto derivata a propria volta da un fermento collettivo sempre più vivo attraverso gli anni.

Tuttavia, per la manifesta insufficienza dei fondamenti industriali capaci di esprimere una progettualità autonoma per orientare il mercato delle merci, non si sarebbe potuto parlare di design in senso stretto, da allora in avanti,senza riferirsi alle sue declinazioni in chiave artistica. Una chiave che poi ha aperto subito, con tutte le inevitabili ambiguità del caso, al ruolo dell’artigianato artistico e delle attività proto-industriali, ponendo le basi della struttura, sia teorica che pratica, del design degli anni futuri: un mare da esplorare in lungo e in largo.

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