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25
Mag

Design: le “istruzioni per l’uso” di Nino Caruso

Nino Caruso e la nuova forma della tradizione

Rispetto a Roberto Mango, il percorso e il ruolo di Nino Caruso appaiono più lineari ma non per questo meno complessi, anche se riferiti al solo ambito della lavorazione della ceramica.

Il suo contributo va a inserirsi in quella tradizione votata al sincretismo e alla sinestesia delle arti avviata da Ugo La Pietra e rielaborata nel concreto dal poliedrico personaggio di Gio Ponti. L’amore di quest’ultimo per la plasmabilità dell’argilla, per l’unicità del fatto a mano coniugata a una produttività di tipo industriale, funge da perfetta introduzione a quella “cultura dell’oggetto in ceramica” come “campo di sperimentazione” (Elena Dellapiana) per la nuova fase dell’industrializzazione, oltre che per la diffusione di inediti linguaggi formali e decorativi.

A tale contesto aderisce, sin dalla sua fondazione nel 1960, l’azienda CAVA (Ceramica Artistica Vietri Antico) di Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, ennesimo segnale di un fermento produttivo legato a un’altrettanto vivace tradizione storica e artigianale, mai stanca di essere riproposta e “ricomposta”. Progettato dall’architetto romano Antonio Malavasi, lo stabilimento esprime un vitalismo progressista che richiama intenzionalmente la modernità pura e razionale vicina a Le Corbusier, con il sostegno di un serrato lavoro di équipe.

Nino Caruso - Serie design

Piastrelle della “Serie Design”. Produzione CAVA (Cava de’ Tirreni), 1969. Da sinistra a destra: Nino Caruso, rivestimento “serie design 804 – Graphic Nero”; Roberto Mango, rivestimento “serie design 836/837/839; Filippo Alison, rivestimento “serie design 814 – Fior di Luna; Cini Boeri, rivestimento “serie design 2027/2028/2029 – Mele”; Paolo Tilche, Rivestimento “serie design 803 – Fior di Luna”; Pierre Cardin, Rivestimento “serie Cardin 883/884/885/2028 – Elysee”. Archivio Guida.

Nino Caruso inizia a rapportarvisi fra il 1968 e il 1969 con una prima, originale proposta: quella di utilizzare il polistirolo per produrre rivestimenti architettonici. Come lui stesso ammette, questo materiale “è stato l’inizio di tutto”: la sua idea di intervenire sul blocco di polistirolo per ottenere moduli componibili, utilizzando un filo di ferro surriscaldato perpendicolare fissato al centro del piano di lavoro, gli apre la strada verso un enorme potenziale di soluzioni plastiche inconsuete, che Caruso traduce e “trasferisce” nella lavorazione della ceramica tradizionale.

Del metodo del “filo rovente” si parla tanto e subito, sulle riviste di settore e fra gli addetti ai lavori: nel 1968 Domus gli dedica un articolo, a proposito degli inconsueti rivestimenti della chiesa evangelica metodista di Savona. E Gillo Dorfles, cinque anni più tardi, ne individua la portata innovativa descrivendolo come modo unico per trarre dall’inorganicità del polistirolo un campionario di “stampi in negativo destinati a essere colmati con materiale ceramico”; il quale è, per l’appunto, naturale e plasmabile a sua volta.

Nino Caruso - Divisorio e rivestimento murale

Sinistra: Nino Caruso. “Modello 738/divisorio, serie Architettura”. Produzione CAVA (Cava de’ Tirreni), 1969. Premio Andrea Palladio 1969, Salone Internazionale della Ceramica di Vicenza.
Destra: Nino Caruso. Rivestimenti murali per l’architettura. Allestimenti per prove di rivestimento, produzione CAVA. 1970/71. Foto: archivio Caruso.

Ma fra i meriti di Caruso rientra anche la coordinazione, insieme con il presidente e fondatore della CAVA Carlo Di Donato, di un convegno internazionale incentrato sul rapporto fra ceramica e architettura, lanciato nel 1969 assieme ad un concorso per la progettazione di nuove decorazioni e composizioni di piastrelle e rivestimenti.

Il seminario e il concorso riconoscono che il nuovo, per usare le parole dello stesso Caruso, ha bisogno di “una spinta verso forme più valide sul piano culturale”, e questa può avvenire solo dall’incontro fra architetti, designer e artisti con l’industria e la produzione, in una sorta di “fabbrica aperta” al più largo numero possibile di persone.

Tradotto in due lingue oltre all’italiano, il convegno segna un momento fondamentale per la vita della CAVA, nonché per i professionisti e teorici del settore attivi sul territorio negli anni della sua rinascita: la dimostrazione che l’inviolabilità della tradizione può crollare, in nome di una rilettura e una reinvenzione benefiche e fruttuose. E Nino Caruso lo insegna e lo dimostra, nella cornice della fabbrica – di cui è art director fino al 1973 – e anche dopo, con il lascito formale e contenutistico delle sue idee.


 

Immagine in evidenza tratta da arte diem.

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